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Cultura

Il respiro che agita le statue

Mostre. Nella Galleria Borghese l'artista Daniele Puppi si confronta con i capolavori, a modo suo. Ed è subito «ghost stories»

«Ratto di Proserpina» di Gian Lorenzo Bernini

Se dopo pochi minuti, aggirandosi tra le sale scrigno della Galleria Borghese non si è atterrati dalla sindrome di Stendhal e si resiste senza capogiri o tachicardie davanti alla Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio così come di fronte alla terribile energia che si sprigiona dal candido David di Bernini (meravigliosa metafora della gioventù che cammina «esplodendo» verso un’altra stagione della vita), ci pensa l’artista Daniele Puppi a indurre una improvvisa crisi emotiva nei visitatori che hanno varcato la porta d’ingresso.

E LO FA, NATURALMENTE, a modo suo. Chiamato – lui autore contemporaneo – a entrare in una stretta e quasi clandestina relazione con una serie di capolavori impressionanti, ha scelto un intervento per via di sparizione: un’allucinazione acustica che fa evaporare la presenza fisica in favore di un immaginario impregnato delle atmosfere da ghost stories. Lì dentro, in quel museo ombroso che custodisce la collezione del cardinale Scipione Caffarelli-Borghese (1577-1633) e che adesso accoglie un artista del XXI secolo per celebrare festosamente i vent’anni della sua riapertura al pubblico, Puppi ha confessato di essersi sentito in trappola. Prigioniero della Storia, soffocato da un senso claustrofobico. Aveva necessità urgente di trovare un ritmo, il suo ritmo, non quello scandito dalle vicende biografiche e auliche della Galleria. Così ha respirato, immaginando quel suo semplice atto come una «interazione d’urto», un’onda che tutto sovverte, con la forza di uno tsunami esistenziale. E ha lasciato vagare liberamente quel suo soffio vitale, tra apnea e rantolo, quasi da persona addormentata che improvvisamente si risveglia e che, dopo aver oltrepassato le mura con un lancinante urlo, si riappropria della realtà circostante, stropicciandosi gli occhi ancora chiusi.

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Daniele Puppi, Fatica n. 23

«RESPIRA» SI INTITOLA infatti la sua installazione site specific (a cura di Maria Silvia Farci, fino al 24 settembre) che affida ai polmoni il valore dell’arte e fa propagare il bisogno di esserci – anche se presi da vertigine e da smemoramento – nel paesaggio esterno, al di là delle pareti, oltre le stanze affollate di volti, sacri e profani, della Borghese (e dunque «si sgretola l’estasi pietrificata»). Alcuni, i visitatori più distratti (tendenzialmente americani) rimangono indifferenti a quella sollecitazione sensoriale che confina con i peggiori incubi horror, continuando a seguire le spiegazioni in inglese delle loro guide, raggruppandosi intorno alla Danae del Correggio o facendosi selfie tra i marmi levigati del Ratto di Proserpina. Altri, più spavaldi (in genere, europei), corrono dai custodi per accertarsi che quel suono ripetuto, famigliare eppure così disturbante, non sia frutto della loro solitaria fantasia ma qualcosa di reale, impalpabile eppure egualmente presente.

QUALCUNO POI ostenta un atteggiamento imperturbabile, osservandosi intorno alla ricerca di un malcapitato ignaro come lui. E rilevando o meno tracce di inquietudine negli sguardi altrui. È anche un test antropologico quello di Daniele Puppi, oltre che uno spaesamento sensoriale. Uno stimolo per non far cadere «la coltre sonnolenta dell’abitudine» sulla Galleria Borghese, chiosa la direttrice Anna Coliva.
Da parte sua, l’artista non ha voluto offrire molte spiegazioni agli «spettatori» di quel suo teatro da camera, e ha preferito cogliere di sorpresa – ogni due ore circa – il pubblico del museo, concedendo solo un indizio in alcuni pannelli scuri, molto poco invasivi, posti qua e là in sala. I suoi lavori – spesso installazioni video-sonore – sperimentano nuove strade, scartano dalla logica (euclidea dice Puppi) per concedere spazio alle vibrazioni e all’intuito, uscendo da visioni letargiche. Allora, come per magia, «il respiro decontrae, porta energia e movimento». Spoglia il corpo della sua rigidità e emigra sulle statue silenti, sui volti delle Madonne, sulle nuvole d’oro. E nello stesso momento, si può essere dentro e fuori, immersi nella contemplazione e rapiti da un suono che proietta tutti altrove. Aspettando ottobre, per offrirsi volontari, pronti al disorientamento, nella mostra monografica dedicata a Bernini.